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lunedì, agosto 11, 2014

Misteri e segreti di Roma


                        

           
                                                                                                                  Via dei Fori

Via dei Fori Imperiali
Le impronte di Pietro e il tonfo di Simone

Nella chiesa di Santa Maria Nova, chiamata comunemente Santa Francesca Romana, nella parte destra del transetto, sono conservate due peitre di basalto, protette da robuste inferriate, che recano le impronte di San Pietro. Il Santo vi si inginocchiò per chiedere a Dio l'interruzione del volo di Simon Mago.; la grazia gli venne concessa e l'empio Simone cadde qui vcino.

La Santa dei motorizzati

Nella chiesa di Santa Francesca Romana è sepolta l'omonima protettrice degli automobilisti: il 9 marzo di ogni anno sul piazzale fra la chiesa e il Colosseo si radunano numerosissimi veicoli a motore  ai quali è impartita la benedizione.


                                           
 Via Fori Imperiali                                                                                              Fori Imperiali

 

 Facciata chiesa                                                                                                    Interno chiesa


  
  
Imronte di San Pietro                                                                                                                                                                                                                  San Pietro

domenica, agosto 10, 2014

Misteri e segreti di Roma




   

Piazza Fontanella di Borghese                                                                            Via Borghese

Piazza Fontanella di Borghese
Le quattro meraviglie di Roma

Fino al secolo passato erano e proverbiali le " quattro meraviglie di Roma "; scelte con un criterio assai ingenuo, basato più sul fasto e sulla curiosità che sul reale valore artistico.
Erano  "il Cembalo di Borghese, il Dado di Farnese, la Scala di Caetani, il Portone di Carboniani", "Il Cembalo" è il palazzo Boghese, che sorge in questa piazza. Il "Dado" è, naturalmente, il gran cubo di palazzo Farnese. La "Scala" è quella dell'attuale palazzo Ruspoli, tra il Corso w largo Goldoni. Il "portale di palazzo Sciarra-Colonna (già dei Colonna di Carbognano).
Ela cupola di San Pietro?

venerdì, agosto 08, 2014

Misteri e segreti di Roma

  




Piazza in Piscinula
Unica sopravvissuta
Nel campanile romanico della chiesetta di San Benedetto in Piscinula si trova la più antica campana di Roma, e ne fa fede la data incisa su di essa: Anno Domini millesimo Sexagesimo IX. Sarebbero circa 15 anni prima del sacco della città da parte di Roberto il Guiscardo: durante il saccheggio sparirono quasi tutte le campane della città.
Il campanile che sembra un giocattolo, è il più piccolo di Roma.

      
Chiesetta di San Benedetto in Piscinula                         Roma sparita (piazza Piscinula)

giovedì, agosto 07, 2014

Misteri e segreti di Roma




                                                                         


                                                                                                           Chiesa                                                                                     

    Piazza S. Lorenzo in  Lucina                    

Piazza S. Lorenzo in Lucina
Graticola a misura di uomo

Nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina, sita nell'omonima piazza, è conservata nella prima cappella a destra la graticola sulla quale la tradizione che fosse martirizzato San Loranzo. In realtà la graticola è troppo piccola per un uso, tragico uso: può trattarsi,però, di una parte della graticola originaria.

Muoia Diogene e tutti gli eretici
Sulla piazza, nel 1690, in occasione della festa  di San Lorenzo venne bruciato un simulacro di Diogene, con la sua botte: si voleva dimostrare quale castigo attendeva i filosofi eretici, condannati dalla Santa Inquisizione.

 Sotterranei



mercoledì, agosto 06, 2014





Frasi di TrilussaTrilussa

Gioacchino Belli (Sonetto)

.CAINO

Nun difenno Caino io, sor dottore,
Ché lo so ppiù dde voi chi ffu Ccaino:
Dico pe ddì che cquarche vvorta er vino
Pò accecà l'omo e sbarattajje er core.

Capisch'io puro che agguantà un tortore
E accoppacce un fratello piccinino,
Pare una bbonagrazzia da bburrino,
Un carcio-farzo de cattiv'odore.

Ma cquer vede ch'Iddio sempre ar zu' mèle
E a le su' rape je sputava addosso,
E nnò ar latte e a le pecore d'Abbele,

A un omo com'e nnoi de carne e dd'osso
Aveva assai da inascidijje er fele:
E allora, amico mio, tajja ch'è rrosso.


Terni, 6 ottobre 1831

Gioacchino Belli (Sonetto)

COSA FA ER PAPA?

Cosa fa er Papa? Eh ttrinca, fa la nanna,
Taffia, pijja er caffè, sta a la finestra,
Se svaria, se scrapiccia, se scapestra,
E ttiè Rroma pe ccammera-locanna.

Lui, nun avenno fijji, nun z'affanna
A ddirigge e accordà bbene l'orchestra;
Perché, a la peggio, l'ùrtima minestra
Sarà ssempre de quello che ccommanna.

Lui l'aria, l'acqua, er zole, er vino, er pane,
Li crede robba sua: È tutto mio;
Come a sto monno nun ce fussi un cane.

E cquasi quasi goderìa sto tomo
De restà ssolo, come stava Iddio
Avanti de creà ll'angeli e ll'omo.

9 ottobre 1835

Gioacchino Belli (Sonetto)

 PIJJATE E CCAPATE 

 
Pe nnun dì cculo, ppòi dì cchiappe, ano,
Preterito, furello, chitarrino,
Patume, conveggnenze, siggnorino,
Mela, soffietto, e Rrocca-Canterano.

Di' ttafanario, culeggio-romano,
Piazza-culonna, Culiseo, cusscino,
La porta der cortile, er perzichino,
Bbommè, ffrullo, frullone e dderetano.

Faccia de dietro, porton de trapasso,
Er cularcio, li cuarti, er fiocco, er tonno,
E ll'orgheno, e 'r trommone, e 'r contrabbasso.

E cc'è cchi lluna-piena l'ha cchiamato,
Nacch'e ppacche, sedere, mappamonno,
Cocommero, sescesso, e vviscinato.

Roma, 15 dicembre 1832

sabato, agosto 02, 2014

Misteri e segreti di Roma


 


  Viale Trinità dei Monti                                                                            Viale  e Villa Medici                                





  

     
Scalinata Trinità dei Monti con chiesa
 



Viale della Trinità dei Monti
Cristina e le fontane

Nella fontana davanti a Villa Medici,oggi sede dell'Accademia di Francia, sul Pincio, l'acqua sgorgada una grossa palla. Si racconta che sia una proiettile, un giorno sparato per passatempo da Cristina di Svezia, con un cannone, contro Villa Medici da Castel Sant'Angelo. Il cannone si chiamava "la Spinosa" ed era stato lasciato dagli spagnoli dopo il S del 1527.
Della bravata di Cristina esistono due spiegazioni: secondo l'una, avrebbe mantenuto in quel modo la promessa fattaal padrone della villa di bussare una mattina alla sua porta per invitarlo a caccia. Secondo l'altra, avrebbe sparato contro un amante ribelle che si era asserragliato nella villa; nel cui portale di bronzo una leggera incavatura segna ancor oggi il punto dove il proiettiel cozzò.
A proposito della stessa Sovrana, è celebre la gaffe che commise quando, nel ringraziare le autorità romane per le calorose accoglienze che le avevano riservaro nel 1655, mostrò di credere parte di quelle accoglienze anche i getti delle innumerevoli fontane che più di ogni cosa aveva ammirate; fu molto stupita quando seppe che buttvano acqua sempre, non solo in suo onore.




venerdì, agosto 01, 2014

Gioacchino Belli

Poesie romanesche

Le du’ mosche

Tu sta’ attenta a le mosche, Nastasìa,
mentr’una nun se move e una cammina,
che ammalappena questa j’è vicina,
je zompa su la groppa e tira via.

Accusì è la cumprisione mia:
ch’io vedenno una femmina, per dina!,
si nun je do una bona incarcatina
me parerebbe d’esse in agonia.

Lo sa l’Urion de Monti s’io ce tiro,
e lo pò dì co tutta la raggione
ch’io so’ la mosca che va sempre in giro.

E istesso lo sa tutta la Caserma
de Cimarra, che tu drent’a l’Urione
sei l’antra mosca che sta sempre ferma.

Gioaccino Belli


Poesie romanesche

Le donne de qui

Nun ce sò donne de gnisun paese
che pòssino stà appetto a le romane
ner confessasse tante vorte ar mese
e in ner potesse dì bone cristiane.

Averanno er su’ schizzo de puttane,
spianteranno er marito co le spese;
ma a divozione poi, corpo d’un cane,
le vederai ‘gnisempre pe le chiese.

Ar monno che je danno? la carnaccia
ch’è un saccaccio de vermini; ma er core
tutto a la Chiesa, e je lo dico in faccia.

E pe la santa Casa der Signore
è tanta la passione e la smaniaccia,
che ce vanno pe fà sino a l’amore.

Gioacchino Belli


Poesie romanesche

La sposa

Eppuro avanti a te, core mio bello,
sibbè che sana nun me ciài trovata,
gnisunantro m’ha fatto er giucarello:
e ècchete la cosa com’è annata.

Un giorno in d’un ortaccio a Marmorata,
pe curre appresso a un maledett’ucello
scivolo: un pass’in farzo, una scosciata,
’na distrazzion de nerbi..., ecco er fraggello!

Pe fatte vede che nun so’ bucìe,
te dico che fu tanta la pavura,
che m’agnedeno via le cose mie.

Eppoi me pare ‘na caricatura
sto sano o rotto, e ste cojonerie:
io ciò er bucio? e tu er cazzo che l’attura.

Gioacchino Belli

Poesie Romanasche

L’inciciature

Che scenufreggi, sciupi, strusci e sciatti!
Che sonajera d’inzeppate a secco!
Igni botta, peccrisse, annava ar lecco:
soffiamio tutt’e dua come du’ gatti.

L’occhi invetriti peggio de li matti:
sempre pelo co’ pelo, e becc’a becco.
Viè e nun vienì, fà epija, ecco e nun ecco;
e daje, e spigne, e incarca, e strigni e sbatti.

Un po’ più che durava stamio grassi!
Ché doppo avè finito er giucarello
restassimo intontiti come sassi.

E’ un gran gusto er fragà! ma pe godello
più a ciccio, ce vorìa che diventassi
Giartruda tutta sorca, io tutt’ucello.

Gioacchino Belli

 Poesie Romanesche

Le chiamate dell'appiggionate 

"Sora Sabbella". "Ehe". "Sora Sabbella,
Affacciateve un po' su la loggetta".
"Eccheme; che volete sora Betta?".
"Ciavete una piluccia mezzanella?".

"Cio' quella de la marva". "Ah, no, no quella".
"Eh, nun cio' antro, fija benedetta".
"Be', imprestateme dunque un fil d'erbetta,
Un pizzico de spezzie e una padella"...

"Mo' ve la calo giu' cor canestrino".
"Dite, e me date uno spicchietto d'ajo,
Un po' d'onto e una lagrima de vino?".

"Ma famose a capi', sora Bettina,
A poc'a poco voi, si nun me sbajo,
Me sparecchiate tutta la cucina".

Gioacchino Belli



                                                                     Poesie romanesche

Er companatico der Paradiso

Dio doppo avé creato in pochi giorni
Quello che c'è de bello e c'é de brutto,
In paradiso o in de li su' contorni
Creò un rampino e ciattaccò un presciutto.

E disse: "Quella femmina che in tutto
Er tempo che campò nun messe corni,
N'abbi una fetta, acciò non magni asciutto
Er pandecèlo de li nostri forni".

Morze Eva, morze Lia, morze Ribbecca,
Fino inzomma a ttu' moje a man'a mano,
Morzeno tutte, e ppijele a l'inzecca.

E ttutte quante cor cortello in mano
Quando furno a ttajà feceno cecca:
Sò sseimil'anni, e quer presciutto è sano.

Gioacchino Belli


Poesie Romanesche

La creazzione der monno

L'anno che Gesucristo impastò er monno,
Ché pe impastallo già c'era la pasta,
Verde lo vorze fà, grosso e ritonno,
All'uso d'un cocommero de tasta.

Fece un zole, una luna e un mappamonno,
Ma de le stelle poi dì una catasta:
Su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno:
Piantò le piante, e doppo disse: "Abbasta".

Me scordavo de dì che creò l'omo,
E coll'omo la donna, Adamo e Eva;
E je proibbì de nun toccaje un pomo.


Ma appena che a maggnà l'ebbe viduti,
Strillò per dio con quanta voce aveva:
"Ommini da vienì, sete futtuti"